domenica 23 luglio 2017

Scartafacci del passato

In una casa precedente, come alcune altre delle foto successive
Mettere ordine significa essenzialmente, per me, ritrovare le cose che ho perduto in fondo ai cassetti o nell'oscurità degli armadi. Piccoli oggetti, chiavi, nastri, spille di poco conto e varie sciocchezze.

Nella casa del qui e ora, come altre foto successive

E tra le sciocchezze mi capita di recuperare appunti spersi, originati da questa antica mania che ho di scrivere per fermare su carta virtuale o palpabile le impressioni fugaci, quelle altrimenti destinate a sfuggire come sabbia tra le dita. Appunti come questo che trascrivo e che parla proprio del mettere in ordine la casa.



La casa a cui si riferisce era un’altra e anche la gatta femmina era un’altra, e non c’è più e mi manca e vorrei tanto che ci fosse anche lei insieme agli attuali due e tutti quelli, maschi e femmine, che l’hanno preceduta nel tempo accompagnandomi per un tratto di strada.



In un giorno che non so più di tre anni fa, dunque, scrivevo qualcosa sul  perdere e ritrovare oggetti.



 "Da un po' di tempo la mia casa necessita di una risistemazione interna. I cassetti, gli armadi, le librerie. Non so come sia successo di ritrovarmi a perdere continuamente oggetti e così mi sono decisa. Stamani, per esempio, ho ritrovato il mio vecchio k-way, quello che volevo portare dietro andando fuori Pisa, qualche giorno fa, e che temevo di avere perso.


Mi ha accompagnato in tutti i viaggi non invernali ed è come un portafortuna averlo con me. Quando me lo sono ritrovato tra le mani mi sono quasi commossa pensando che, in fondo, c’è sempre un tempo in cui poter recuperare, magari sotto una forma diversa, quello che abbiamo perduto.


Anche se lavato tante volte dalla pioggia, quel k-way racchiude in sé le tracce di molti luoghi diversi, di persone e passaggi una volta familiari, di odori di mare, di brezze di montagna, di fresco della notte.


Mi chiedo a che serve riordinare ora che so che dovrò per forza cambiare casa tra un anno. Eppure, da qualche giorno, sto dedicandomi a questo, con i telefilm di Hitchcock reperiti su youtube come compagnia; quelli brevi, da 30 minuti e in bianco e nero.


Margot si aggira nel letto, come una vera predatrice, a caccia di fili, cinture e bottoni da strappare e si infila in ogni possibile contenitore, che sia una scatola o una busta di nylon. Lo fa, come tutti i gatti, perché l’istinto è più forte di tutto e anche di questo caldo.

La mia cara Margot, che non c'è più da tre anni
Intanto io scovo e tocco oggetti inerti che immediatamente prendono vita se li carezzo e mi parlano con una loro impercettibile voce segreta. Nascosto sotto una pila di magliette ho ritrovato anche il binocolo di mio nonno, quello che aveva usato, ventenne, nella prima guerra mondiale. L’ho persino estratto dalla sua custodia di cuoio e pulito amorevolmente.



Ora torno a fare ordine materiale, ma penso che forse, chissà, sto cercando freneticamente di creare o di scoprire qualche altro ordine, per rassicurarmi.



Perché a volte cerchiamo l’ordine esterno per fuggire alla necessità di mettere a posto le cose dentro, che invece stanno lì, ribelli e disordinate, con desideri che escono fuori dai cassetti mentali e dagli armadi dell’anima dove vorremmo riporre tutto piegato e stirato, profumare di lavanda il passato e incellofanarlo come facciamo con i maglioni da neve."


Anche in questi diversi e più recenti giorni , proprio negli ultimi, non faccio altro che perdere oggetti e poi li cerco freneticamente per ogni dove e ci penso a volte persino la notte.


E mi dico che non è, no, per la necessità di questa o quella cosa che non trovo che mi sgomento, ma proprio per la memoria; per la paura che mi sottragga i ricordi e che quel passato così prezioso e intimo, di cui sono la gelosa custode, perda vividezza e si riduca a immagini sfocate e a labili, effimere tracce olfattive o sonore, che piano piano non sarò più in grado di resuscitare.

venerdì 2 giugno 2017

Un 2 giugno molto personale

Questa e le successive sono alcune delle tante tavole e vignette dedicate da Andrea Pazienza a Sandro Pertini tra il 1978 e il 1987.
2 giugno 2017. Non voglio scrivere parole di adesso, ma quelle dello scorso anno e che a loro volta ne riprendevano altre scritte nel 2013 e perse nei meandri di facebook. Un blog, un po' di più, le conserva; e siccome si tratta di memoria, quella per la ricorrenza di oggi e quella, più personale, dei ricordi legati a mio padre per tale ricorrenza stessa, le trascrivo qui.

2 giugno 2016. Non ho mai sopportato le celebrazioni vuote e rituali, però credo nel significato della memoria. Questo, per me, è un 2 giugno molto malinconico. E’ il primo in cui il mio babbo non porterà la bandiera alle celebrazioni nel piccolo paese in cui sono cresciuta. E sarà uno dei tanti in cui rifletto sul fatto che la politica rischia di ridursi sempre più a calcolo di voti e alleanze e sia sempre meno terreno di confronto, anche aspro, delle idee.


Le generazioni che ci hanno preceduto ci hanno regalato la possibilità di partecipare, sia pure con tutti i limiti della democrazia delegata, alle decisioni importanti che ci riguardano. E rischiamo di buttare tutto alle ortiche per il disinteresse di molti, per la rassegnazione di altri, per tendenza atavica alla delega, per qualunquismo, per servilismo, per incapacità di usare la propria testa, per un basso calcolo dei vantaggi e degli svantaggi personali.

La lista potrebbe continuare, ma voglio invece pensare che siamo ancora in tempo a non lasciare che l’assuefazione ci abitui a tutto, dai bambini morti nelle acque dei mari alle donne bruciate, come nei roghi dell’inquisizione, da uomini che sostenevano di amarle.



2 giugno 2013. Ogni anno ne scrivo, a volte per criticare l’idea che la celebrazione si possa risolvere in una parata militare, altre per ricordare che per la prima volta in questo paese noi donne abbiamo votato; in genere, comunque, per porre l’accento sul fatto che si tratta di una ricorrenza importante e che perciò non dobbiamo ridurla a un rituale vuoto.


Quest’anno non avevo voglia di scriverne e nemmeno di pensare a cosa sia rimasto e cosa si sia perso di quella memoria storica. La mattina è passata in fretta, tra la pasta al forno da cucinare e poi mettere in una cesta insieme con altre pietanze per andare da mio padre, lo guerre civili tra il gatto Ulisse e la gattina new entry Margot, qualche mail urgente, qualcosa da riporre. Un giorno come un altro.


A Montecatini (quello non terme) ho trovato, invece, mio padre con ancora la medaglia appuntata alla giacca mentre una bandiera era mollemente appoggiata sul divano del tinello. Ah, già. Perché è il 2 giugno e anche qui si festeggia, ci sono le bancarelle, la musica in piazza e stamani c’è stata un cerimonia e la banda.


Mio padre era l’unico ex combattente presente alla cerimonia. L’altro sopravvissuto, su per giù suo coetaneo, non esce quasi più da casa e dunque mio padre, ormai da un po’ di tempo, è l’unico testimone in questo piccolo paese e deve portare la bandiera, in questa e in altre occasioni simili.


Mi ha chiesto di fotografarlo insieme al nipote, cioè a mio figlio e poi ha voluto una foto insieme con me, in entrambi i casi con la bandiera. Sembrava un gioco, una cosa un po’ buffa, ma forse esprimeva anche il bisogno di rassicurazione sulla continuità e sulla memoria storica.

Mio figlio aveva ancora i capelli lunghi qui.
Il 2 giugno: la democrazia, l’entusiasmo perché, finalmente, avremmo potuto tutti partecipare alle decisioni che ci riguardano. 2 giugno: la democrazia, il popolo sovrano. Mi chiedo quando, davvero, usciremo dalle secche di una politica che si risolve troppe volte nel calcolo, che si macchia non di rado di menzogna, che si basa su alleanze di sottogruppo e di corrente invece che sul confronto delle idee.


Quest’anno il 2 giugno lo ricordo così: con la foto di mio padre e della sua bandiera.

domenica 14 maggio 2017

La retorica della teiera

Teiere a casa mia, in ordine sparso
(Questa e le foto successive)

Sui social è tutto un florilegio di pensieri sulla festa della mamma che non ho chiaro, fra l'altro, se era oggi o se è stata ieri o l'altra domenica.




Mi sono ripromessa di non scrivere niente in merito, preda di un insopportabile un senso  di saturazione, ma poi ci ho ripensato. 



Si ha paura di rasentare la retorica eppure non tutta la retorica è cattiva. E poi, per poter conservare ricordi e sentimenti, la retorica bisogna inevitabilmente sfiorarla, avere il coraggio di ricondurla al suo significato di capacità di comunicare con le parole qualcosa di più di ciò che esprimono, dotandole di un alone di mistero, di ambivalenza, di inquietudine che le renda più affascinanti.



Allora, cercando di arginare la paura di cadere nella retorica cattiva, devo ammettere che in effetti qualche emozione si muove dentro di me, all'idea che oggi è la festa della mamma, e si tratta di ricordi. Vorrei scrivere, infatti, non della festa della mamma qui e ora, ma di quanto quando ero piccola io questa ricorrenza fosse importante per noi bambini; specialmente per quelli come me, un po' testardi e ribelli.



Per la festa della mamma mi potevo emendare e liberare dai sensi di colpa nei suoi confronti: con un regalo indovinato, con qualche frase scritta con il cuore, potevo farle capire che le volevo bene e che se le davo un dispiacere la cosa era involontaria.



Da quando la mia mamma non c'è più, ogni anno, in questo giorno, mi viene da un lontanissimo passato sempre una stessa immagine, che corrisponde al regalo che in assoluto mi ha dato più felicità offrire. E' compreso in una categoria di oggetti che amo: le teiere.



Le teiere non le trovo interessanti tanto per usarle, ma proprio per guardarle. E insomma,  più panciute o meno panciute, con il becco arrogante o sobrio, dimesso o pieno di prosopopea, chiare o scure, di metallo o di porcellana, etniche o classiche, antiche o moderne, le teiere mi piacciono tutte.



Mi sembra che il solo mettersele vicino e distribuirle qua e là sui mobili delle diverse stanze evochi tutto un mondo creando nella casa un'atmosfera calda e intima; per questo, più si tratta di teiere usate e vecchie, più mi piacciono.



Per farla breve: l'immagine che mi viene in mente per la festa della mamma è una teiera con il manico lungo di bambù e dipinto, in parte, di verde brillante.



Quando ero piccola nel paese nel quale sono cresciuta gli oggetti cinesi erano visti come simbolo dell’esotico e non, come oggi in città, del trito e pacchiano.



La teiera che sto pensando era di quelle cinesi, panciuta come la gran parte delle teiere, chiara e dipinta a fiori piccoli piccoli con disegnate vicino delle eleganti foglie lanceolate.



Ricordo che ho sospirato davanti alla vetrina - che chiamarla "vetrina" ci voleva coraggio - di quel negozio per diversi giorni, perché quella teiera mi sembrava adattissima a farmi perdonare tutto dalla mia mamma, ma non avevo abbastanza soldi da parte nel salvadanaio per comprarla.



Alla fine, però, forse con un piccolo aiuto dei nonni o degli zii giovani e senza figli, riuscii miracolosamente a farcela e la portai a casa involta in vari fogli di carta velina.



Ero tutta emozionata perché mi sembrava un dono molto speciale e non so perché, il ricordo di quest’oggetto da nulla, ancora oggi mi commuova tanto.




domenica 30 aprile 2017

La gratitudine del ciliegio

Iris, Montecatini Val di Cecina, 28 aprile 2017
(questa e tutte le altre foto)
Ci aveva provato in tutti i modi a renderlo fruttifero; l'aveva fatto innestare varie volte e curato in ogni modo, ma inutilmente. L'albero, testardo, si mostrava resistente a ogni tentativo di rendersi utile; e si mostrava anche, se così si può dire, piuttosto ingrato.

Montecatini Val di Cecina e alle sue spalle il profilo della collina di Volterra, 28 aprile 2017
Sto parlando di mia madre e di un piccolo ciliegio che ora ha superato la mia altezza ed è, nella sua categoria, una specie di adolescente alla soglia dell'adultità. Ma la cosa strana e tenera è un'altra.


Qualche giorno fa, e proprio nella data in cui un anno prima era morto mio padre, sono andata alla casa dei miei. Come ogni volta, e come facevo anche quando la casa era viva di rumori e odori legati alla preparazione di qualche mega-pranzo familiare, per prima cosa ho salutato il giardino e la terra, davanti e dietro.


Ricorsivamente, infatti, quella lunga striscia erbosa sul davanti e il rettangolo più grande sul retro, così come il triangolo scaleno, all'entrata, hanno sempre regalato colori e fioriture, feuillage e frutti in relazione alla stagione. Dunque mi aspettavo, per esempio, gli iris colorati di mia madre: e c'erano gli iris viola, gialli e bianchi.


Nessuna sorpresa - mi dicevo - e il mondo va avanti, per conto proprio, qualsiasi cosa ci capiti, mentre la natura è indifferente alle nostre beghe umane e a volte, se la sua bellezza contrasta con un nostro stato d'animo del momento, ci pare addirittura crudele. Dunque camminavo a passi lenti tra ciò che mi aspettavo di trovare e trovavo quando, ormai arrivata vicino al ciliegio ingrato, ho alzato gli occhi nel considerare quanto era improvvisamente cresciuto.




L'evento inaspettato, però, è stato il fatto che ho intravisto nella trasparenza delle foglie rese brillanti dal sole, le ciliegie: ancora verdi, certo, ma indubitabilmente ciliegie. Ciliegie che diventeranno rosse o amaranto - non mi intendo troppo di alberi, dunque non so dire di quale specie di ciliegie si tratti - e che potremo cogliere e mangiare.





Ma come sarò assurda? Lo dico perché quelle ciliegie acerbe mi hanno riempito il cuore di non so quale strana gioia, ma anche di tanti pensieri che mi parevano profondi e forse erano solo sciocchezze. Però, diciamo, in un giorno in cui ragionavo sul senso e l'impermanenza delle cose belle, la gratitudine inaspettata e in ritardo del ciliegio mi ha colpito come un segno diretto proprio a me e ha cambiato la coloritura dei miei pensieri.

Le ginestre
Così, nella lunga passeggiata che è seguita per andare a pranzare un po' distante dal paese, mi sono messa a fotografare i luoghi noti usando una prospettiva inusuale.



Gli occhi erano tutti per le piante umili e selvatiche che sembrano inutili, per i fiori di campo che crescono senza altra sollecitazione se non quella data dalla pioggia e dal sole nel loro ritmico alternarsi.




Il nostro affanno, la pretesa di volgere il corso degli eventi con la sola forza del desiderio ci rende spesso velleitari e infelici prigionieri del passato. Le ciliegie inaspettate mi hanno suggerito che è inutile torturare se stessi all'idea di essere stati preda dell'autoinganno, in positivo o in negativo.




Cioè di avere scambiato non di rado il brutto per qualcosa di bello ma altre volte, al contrario, di non avere saputo riconoscere il bello in ciò che ci pareva brutto o inaffidabile. Mi piacerebbe tanto, però, poter dire a mia madre che, alla fine, le sue cure rivolte al ciliegio hanno avuto un risultato! Chissà come ne sarebbe felice!